lunedì 5 maggio 2008

Il Suono della Confusione (Chapter 3)

Il primo contratto discografico viene firmato negli uffici della Glass Records, piccola etichetta indie condotta da Dave Baker, giovane appassionato del suono della chitarra elettrica.
Sound of Confusion viene registrato in cinque giorni ed è il disco con cui la band entra ufficialmente, a metà 1986, nel mondo della musica rock.
La formazione prevede la presenza di due chitarre affidate a Sonic Boom ed a Jason Pierce, quest'ultimo impegnato anche alla voce, il basso è piazzato tra le mani di Pete Bain già rinominatosi Bassman, mentre dei tamburi si occupa Natty Brooker, primo di una serie di batteristi ad alternarsi in quel ruolo, mai considerato rilevante dal resto della band.
Sono sette canzoni in cui Spacemen 3 raccontano immediatamente tutto quello che attraversa il loro immaginario: storie di giovani che cercano droghe, le utilizzano, muoiono.
Un piccolo documento di ansia giovanile pronta a trasformarsi in panico al momento della crescita. "L'energia che musica e droghe sono capaci di trasmettere è assai simile. Tutte le sostanze che ho sperimentato - eroina, cocaina, amfetamine, marijuana - danno una sensazione piacevole, stesso piacere che possiamo trarre dall'ascolto della musica. Non dico che per ascoltare al meglio i nostri dischi occorra assumere sostanze stupefacenti, anzi è la nostra musica che ti assicura da sola un viaggio".
Così si esprimeva allora Pete Kember, non c'è spazio per giochi di fantasia dei cronisti, il gruppo mette le carte in tavola in maniera scoperta, vicino ai limiti dell'ingenuità.
Il giudizio morale in materia di droghe lo lasciamo ad altri, certamente la loro chiarezza in materia non ha facilitato la vita ai due leader, così come l'esposizione sempre palese delle influenze sonore è stata a volte tacciata dalla critica come mancanza di idee proprie.
Perchè anche quando non si tratta di eseguire cover dichiarate - ed in Sound of Confusion ve ne sono ben 3 - la coppia finisce con il comporre spesso canzoni che sono comunque la rielaborazione di materiale altrui, tipo una stoogesiana Little Doll tramutata in Hey Man o la Citadel del repertorio stonesiano nascosta tra le note di Losin' Touch With My Mind.
Basterebbe però prendersi la briga di ripescare una qualunque delle canzoni incluse già in quel disco d'esordio per accorgersi quanto di proprio Spacemen 3 abbiano invece messo per rielaborare le proprie passioni e con quanta onestà non abbiano mai mascherato i propri intenti filologici.
La coppia di ep successivi, Walkin' With Jesus e Transparent Radiation, definisce ancora meglio la prospettiva.
Un minimalismo che stando alle loro stesse ammissioni si rendeva necessario per l'incapacità dei musicisti nell'infilare troppi accordi uno di seguito all'altro, finisce per divenire paradossalmente un magma chitarristico capace di costruire caotici vortici sonori ripetuti all'inverosimile.
Se rimane valida la definizione di un genio quale quella persona che riesce a far risultare semplice una cosa complicata, nel caso di Spacemen 3 l'assioma andava ribaltato di 180 gradi.

2 commenti:

marchino ha detto...

spaceman 3 di spalla ai miracle workers al velvet, se non sbaglio nel 1989, è stato il secondo live (dopo ramones allo slego) a cui ho assistito e devo dire che il ricordo del loro concerto di space-rock-cosmico-psichedelico mi ha segnato per molto tempo..

Anonimo ha detto...

credo che sonic aveva gia i mocassini all'epoca...