lunedì 28 agosto 2006

Tell Me Why (I don’t Like Mondays)

Quando sono uscito di casa questa mattina era presto, molto presto.
E nel momento in cui la macchina ha imboccato la rampa per infilarsi in autostrada, il sole, ancora molto basso, mi è sbattuto diritto negli occhi. In quell’attimo ho guardato per la prima volta l’orologio piazzato al centro del cruscotto.
I numeri digitali scolpivano un impietoso 6:50.
Mentre nelle orecchie continuavano a ruotare i suoni furbetti dei Say Hi to Your Mom, per ingannare gli ottanta chilometri pronti a srotolarsi davanti, non ho trovato di meglio da fare che stilare mentalmente un elenco delle cose che fossero in grado di giustificare quello che stavo facendo in macchina a quell'ora di una mattina lavorativa, ottanta chilometri lontano da casa.
E di conseguenza ricordare a me stesso, la serata precedente.
Così, tanto per ribadire che tutto stava continuando a girare per il verso giusto.
Una lista degli episodi meno ovvi, ché la pista colma mentre suona Such Great Heights un istante prima che entri una canzone degli Shout Out Louds, o gli strepiti che accompagnano Oh Mandy nel momento in cui si trasforma in Our Nature, ecco quelle sono situazioni che si possono mettere nel conto, dopotutto.
Mentre il sorriso, quello postumo, lo dipingono le piccole cose, quelle che per ricordarle il giorno dopo bisogna rovistare negli angoli.
Tipo la breve discussione alla fine nel parcheggio polveroso su quale fosse il libro di Ellroy con la parola Psycho nel titolo: guarda che Ellroy è il mio scrittore preferito e ti dico che sono sicuro, quasi sicuro, che nessun suo libro porti quella parola in copertina. E lei: invece l’ho letto, ti assicuro, è l’unico libro di James Ellroy che ho letto. L’altro: dai, è American Psycho.
Manco mi chiamassi Patrick Bateman per niente, vallo a raccontare a Bret Easton Ellis.
E il tipo che esce dai bagni con addosso la maglietta dei The Tunas (che se non gli metti il the davanti loro si incazzano di brutto, vi avverto), quella nera con la scritta rosa: Grande! Anch’io ho quella maglietta e giù un due minuti buoni, che per i miei standard discorsivi sono un piccolo record, a sproloquiare sul come ed il perché i Tunas siano oggi la migliore live band italiana in circolazione. Finché lui mi ferma e fa: non c'è bisogno di convincermi, sono il nuovo batterista dei Tunas.
E la fotografa e il rocker che hanno ballato davvero bene Sex Beat che a un certo punto è diventata Psycho.
E poi basta.
Una serata in cui le richieste che arrivano sono Spinto Band, Afghan Whigs, Death Cab for Cutie e Futureheads (tu: di Skip to the End ho solo un remix, ed è piuttosto strano, irriconoscibile direi lei: non importa, mettilo lo stesso), è una serata che non ha bisogno di spiegazioni.
Tanto lo sappiamo tutti che alla fine vale la pena.
Sempre.

3 commenti:

chris ha detto...

bravo. questo è un gran blog.
considero american psycho una pietra miliare mentre rivaluto sempre più le regole dell'attrazione.
sì, quel piccolo mondo tra due dune ha qualcosa di speciale e ne vale sempre la pena. e fa piacere vederti così un po' idolo un po' sbronzo.

patrick bateman ha detto...

direi che nessun libro di easton ellis può essere sottovalutato, poi il film tratto dalle regole era assai simpatico.
concordo su american psycho, spiegazione postuma del decennio '80.
quanto al tasso alcolico, sottolineo che non mi hai ancora visto sbronzo.
anche se la sera del compleanno ci siamo andati vicino.

chris ha detto...

sono un fan di ellis dai suoi esordi. glamorama mi ha lasciato interdetto, ma mi sono divertito a leggerlo. lunar park per me è stato una delusione vera.

nemmeno tu mi hai mai visto sbronzo, ma mi ci avvicino spesso.