martedì 3 marzo 2009

The End of the World (as we know it)

Ieri sera ho visto un servizio sulla imminente chiusura di Nannucci al Tg 3 regionale.
Hanno intervistato un tizio che diceva di aver costituito un gruppo su Facebook che si pone lo scopo di evitare la chiusura dello storico negozio di via Oberdan.
Il gruppo conta oltre cinquecento iscritti.
Mentre piluccavo l'insalata (da un pò di tempo a questa parte i miei orari di cena si sono spostati all'indietro) pensavo che tutto questo ce lo meritiamo e che niente succede per caso.
Qualche anno fa, o meglio un arco di tempo che a me sembra abbastanza breve ma che in realtà è lungo una quindicina d'anni, tra i fumetti che leggevo e collezionavo c'era anche Nathan Never. Il protagonista viveva in un futuro in cui non esistevano più libri e dischi e tutto veniva compresso dentro l'hard disk dei computer.
Già allora si intuiva che quel futuro sarebbe potuto trasformarsi a breve in realtà.
Ma non immaginavo capitasse così in fretta.
Quel futuro che assomiglia tanto al nostro presente mi faceva schifo già allora, e testandolo nella vita di tutti i giorni la mia opinione è se possibile peggiorata.
Non ci hanno portato via tutto, come affermano gli Offlaga Discopax.
E’ che ci siamo fatti portare via tutto.
E ci siamo fatti togliere tutto senza reagire, senza quasi accorgercene.
Anzi spesso siamo stati felici di farci derubare.
Ci sarebbero cose più serie di cui occuparsi che non la chiusura di case discografiche e negozi di dischi, certo.
Qualcuno ha ucciso il comunismo, togliendo poi progressivamente dai piedi del mondo qualunque idea anche solo vaga di sinistra, poi poco tempo dopo quelle stesse persone hanno deciso che anche il capitalismo doveva fare la stessa fine rimuovendo qualunque punto di riferimento.
Con gli amici parliamo su siti internet che ci convincono che siano amici anche persone che in realtà manco conosciamo.
Giochiamo a tennis agitando aggeggi di plastica bianchi davanti alla televisione e investiamo in tecnologia a schermo piatto e wall of sound che nemmeno Phil Spector, per poi infilare nel lettore dvd film taroccati da emiul con lo starnuto dello spettatore registrato in sala incorporato nella colonna sonora.

Un tempo trascorrevo ore nei negozi di dischi.
Ricordo i tempi delle scuole medie quando esaminavo a fondo lo scaffale delle novità da Ricordi in via Ugo Bassi alla ricerca delle ultime uscite dei cantautori italiani e passavo ore nel sottoscala di Borsari e Sarti in piazza Cavour ad ascoltare interi dischi di Clash ed Elvis Costello, in piedi con le cuffie appoggiate alle orecchie mentre la commessa solerte e inflessibile skippava da una canzone alla successiva strofinando impietosamente la puntina del technics sui solchi dei vinili.
E i pomeriggi di ogni sabato infilato nel buco di via Marconi dove allora aveva sede il Disco d'Oro imparando a memoria titoli di dischi all’apparenza imprescindibili, srotolando bloc notes di appunti copiati dall'ultimo numero di Rockerilla.
Quarantacinque giri e cassette affastellati ovunque.
E ancora i pomeriggi universitari bruciati da Lone Star in via Petroni ascoltando dischi, stilando playlist radiofoniche e discutendo di psichedelia e shoegaze con Federico e le rapide visite alla Casa del Disco sotto al portico di via Indipendenza, negozio dai prezzi inaffrontabili eppure attento a scovare piccole perle di impotazione irraggiungibili altrove.
E naturalmente Underground, la stanza alla fine del piccolo tunnel in via Malcontenti.
I fax su carta chimica scandagliati assieme a Vanni e Fabio alla ricerca delle novità in arrivo la settimana successiva, i sette pollici del singles club della Sub Pop e poi oltre, ai tempi del trasloco sul bordo di piazza Verdi, il concerto dei Settlefish esposti sulla vetrina aperta verso il portico.

Da Nannucci in effetti non mi fermavo a lungo.
Era, e ancora oggi è, più un luogo dove mi infilavo in attesa di un appuntamento o dove deviare di passaggio verso qualche altra destinazione.
Non ricordo quale sia stato il primo disco acquistato lì, ma ricordo l'ultimo.
Bits degli Oxford Collapse pescato casualmente nel piccolo scaffale di novità indipendenti piazzato di recente vicino alla cassa, come un appendice del principio del banco che si stende lungo il muro.
A Nannucci non sono sentimentalmente legato.
Non più che a qualunque altro negozio di dischi affacciato su qualunque strada di qualunque città del mondo.
Nannucci chiuderà e a me in verità potrebbe anche non importare nulla.
Ma naturalmente non è così.
Sono contento solo di una cosa.
Di aver vissuto (anche) altri tempi.

12 commenti:

Anonimo ha detto...

Madonna art, vorrei leggere un post al giorno in questo blog...ma quelli che metti sono veramenti speciali....ancora complimenti per quello che racconti...e come ti esprimi...quando pensi di scrivere un libro????

P.s ( mio babbo è un collezionista di nathan never..ha tutti i numeri e mi ha sempre consigliato di leggerlo.....)....è arrivato il momento.....eheheheheh

ALBERTO FERRARI

Anonimo ha detto...

si ma di cosa parliamo veramente quando parliamo di tutto cio' ? che' la musica alla fine e' niente piu' che un substrato per le emozioni.

forse della scomparsa dell'immaginario ? o degli orizzonti temporali sempre piu' ristretti in cui tutto si consuma, in musica come in economia ?

finiremo per cercare nella realta' ultralocale di quartiere o di condominio la dimensione privata dell'immaginario che la globalizzazione forzata del marketing vuole rubarci?

Lunarpunk ha detto...

chapeau arturo per il post.


dear anonimo dai mille quesiti: "o degli orizzonti temporali sempre piu' ristretti in cui tutto si consuma, in musica come in economia?" beh se i risultati dell'economia che nomini tu son questi che viviamo in questi giorni forse anche il fruire musica on this way è sbagliato.

c'è crisi dappertutto. anche tra gli anonimi

Giacomo

patrick bateman ha detto...

Caro Giacomo penso che l'anonimo con le domande che (si) pone abbia invece centrato il punto.
Da sempre con ed attraverso la musica transitano molti momenti della mia vita ed è per questo che quando parlo di musica, quando scrivo di musica anche quando penso di musica, parlo, scrivo e penso (anche) di qualcos'altro. L'immaginario che la musica stimola è per me importante tanto, (anzi a volte anche di più, della musica stessa.
E' la scomparsa di questo immaginario che mi affligge più di qualunqe altra cosa.
Lo smarrimento di fascino e di attitudine.
Quanto all'accorciamento degli orizzonti temporali, beh questo è un argomento che da solo meriterebbe un post.

Anonimo ha detto...

la questione e': c'e' bisogno di crearsi un immaginario ?

sono sicuro di si', perche' il fantasticare a livello individuale e collettivo e' una spinta incredibile per esplorare noi stessi e gli altri.

poi l'immaginario non scompare ma si trasforma da una generazione all'altra, in reazione alle circostanze e all'ambiente in cui si vive.

mio padre fantasticava di epopee ciclistiche giocando coi tappi di bottiglia, noi con la musica/l'attitudine (il mito della giovinezza?), se mio figlio crescesse mitizzando la mia collezione di dischi mi preoccuperei (anche se narcisisticamente potrebbe anche farmi piacere).

insomma, non e' tanto l'immaginario in se', e' il "getting there" che conta

che dire del presente ?

i ragazzini di oggi non nascono piu' stupidi o superficiali di quanto eravamo noi, e' che a mio avviso gli e' stata propinata una falsa idea di modernita' come uso bovino della tecnologia, che cancella il "getting there" e si trasforma in "passive entertainment"

amen

Anonimamente Vostro

Ste ha detto...

Son convinto che il "nostro" problema sia legato alla percezione di Futuro..in un certo senso ci stanno raccontando che ciò che facciamo in questo preciso istante e' quello che prima (con un certo fascino) consideravamo "del futuro"..
"l'immaginario > l'immaginazione > il conoscere > la ricerca > l'attesa > la meraviglia" di cui parli ormai e' vissuto come qualcosa di ansioso perche' viamo già per il futuro..che e' il nostro presente!
M'immagino che nel prossimo numero di Nathan Never ci si ignetterà direttamente la musica nel cervello (..o nel cuore?)
p.s. Underground rimarrà sempre IL Negozio di Dischi.

Anonimo ha detto...

grandioso. impeccabile. perfetto. purtoppo.
Kiko

Anonimo ha detto...

arturo mi sono permesso ti copiare il tuo articolo su il myspace e su FB. spero non mi citi in giudizio per violazione del copyright... ma, a parte che ho detto che l'hai scritto tu, tu sai scrivere molto meglio di me...
ciao
kiko

patrick bateman ha detto...

Troppo buono Kiko.

20nd ha detto...

Gran bel post.

and ha detto...

Dalle mie parti, nel lecchese, resistono due negozi soli di dischi, che poi trovarci qualcosa di interessante è un'impresa e con costi proibitivi. il nulla. giro per lugano, ogni tanto, stessa situazione. anche a milano non va molto meglio, resiste Buscemi, ma è troppo Fighetto, pur se ci sono dei gran bei dischi, poi il nulla.
ci siamo fatti portare via tutto.
concordo.
e ce lo facciamo portare via tutti i giorni compiendo quei gesti che permettono queste cose.
si è perso totalmente l'amore per il contatto con l'oggetto disco.
con quella cosa che è un piacere tenerti fra le mani.
solido.
da spiegazzare, rovinare, macchiare, durante gli anni.
da ascoltare con attenzione come si legge un libro.
adesso invece vogliamo ascoltare tutto, subito, appena esce e magari ascoltiamo dischi a caso, senza attenzione.
ricordo ancora la volta che ebbi le mie prime due lire per comprare un disco.
l'attesa fu bestiale e dovevo comprare il disco giusto.
attesa da scuola al negozio e dal negozio a casa.
è ancora lì.
nevermind.

and ha detto...

tra l'altro anche io grande lettore di nathan never e quel mondo mi fa un sacco di paura