domenica 23 marzo 2008

Anyone Else But You

"Indie boys are neurotic makes my eyes bleed tight
black pants exotic some loving is what i need
But hey I'm startin to feel okay
Lucky number nine".


Non ricordo esattamente come arrivai sui Moldy Peaches.
E in effetti non mi pare che la cosa sia poi così rilevante.
Di certo quei due ragazzi all'epoca mi piacevano.
Molto di più di quanto mi siano poi piaciute le loro rispettive e successive produzioni discografiche solitarie.
Mi pare che il loro nome venne fuori in un intervista agli Strokes.
Erano i tempi immediatamente precedenti l'uscita del primo disco della formazione di New York.
In quel momento, diciamo ad inizio duemilaeuno, ero letteralmente fuori di testa per gli Strokes.
Mi appuntai il nome dei Moldy Peaches su uno dei mille post it che ingialliscono la mia scrivania, anche se quell'aggettivo con cui vennero da subito etichettati mi inquietava un pochino.
Anti folk.
E con il folk non è che io abbia mai avuto grandi cose da spartire.
Fatto sta che quando il loro disco fece capolino nelle liste delle nuove uscite di Rough Trade lo ordinai al volo e tempo una settimana quel dischetto girava a pieno ritmo nel mio stereo.
Sono passati sette anni ma sembrano molti di più.
Il downloading, almeno a casa mia e dei miei amici, ancora non esisteva e le informazioni viaggiavano molto più lentamente di ora.
Quando proposi la recensione al giornale nessuno aveva ancora pensato a quel disco.
Anzi, nessuno era al corrente neppure dell'esistenza dei Moldy Peaches.
Ecco quello che scrissi, e che tutto sommato oggi sottoscriverei nuovamente:

The Moldy Peaches: “The Moldy Peaches” (Rough Trade)
Non so se avete presente Gummo, piccolo capolavoro di cinema indipendente americano di qualche anno addietro, storie di ragazzini completamente estranei al mondo reale eppure completamente dentro al mondo in miniatura che li circonda.
Se si volesse pensare ad una raffigurazione discografica di quel disadattato microcosmo, l’immagine perfetta che ne uscirebbe sarebbe quella che Moldy Peaches ci trasmettono.
Clown in costume da coniglio che raccontano in rima baciata le uniche storie che due adolescenti
di strada newyorkesi sono probabilmente in grado di immaginarsi oggi: pornografia (Downloading Porn With Davo) e droga (Who’s got the Crack), come ascoltare un quindicenne Johnatan Richman cantare sulle musiche dei Flaming Lips ad un angolo della Bowery dei nostri giorni.
Una sequenza di filastrocche fatte di nulla, citando i Velvet (Anyone Else but You) ed i Pussy Galore (What Went Wrong); un paio di accordi e via senza pensarci sopra.
Nessuna tecnica, niente calcoli, un flauto che sembra quello che la maestra delle scuole medie ci obbligava a suonare ed una irresistibile capacità di indovinare la melodia sin dal primo giro di danze (Lucky Number Nine).
L’elettrizzante e rara sensazione che ti coglie quando trovi qualcuno sintonizzato esattamente sulla tua stessa frequenza.
Difficile immaginare un seguito ad un disco del genere.


Da questa recensione si evincono facilmente alcune cose:
1) Il sottoscritto di cinema non ci capisce una sega (Gummo piccolo capolavoro?!);
2) La citazione dei Velvet a posteriori è diventata roba fina (vedi I'm Sticking with You infilata nella colonna sonora di Juno);
3) Quando sento puzza di rumore citare il nome dei Pussy Galore mi risulta evidentemente inevitabile;
4) Sentirsi sintonizzato sulla medesima frequenza d'onda di due suonati ragazzini newyorkesi la dice lunga sulla mia maturità che da allora non ha peraltro fatto chiari progressi;
5) La facile preveggenza mi si addice. Quel disco in effetti non ha avuto un seguito, fatta eccezione per questo:

The Moldy Peaches: "Unreleased Cutz and Live Jamz 1994-2002" (Rough Trade)
I Moldy Peaches sono una di quelle band che non è possibile recensire con spirito prettamente critico.
Le loro canzoni sono l’equivalente sonoro di una scatola di cartone fradicia tenuta assieme da un rotolo di nastro da pacchi, un paio di elastici ed una manciata di punti metallici.
Canzoni tanto più ingiudicabili se infilate in due dischetti che riassumo quell'allegro disordine che sono stati i loro otto anni di attività: 55 tracce, la maggior parte delle quali suonate in una serie di concerti tenutisi tra il 99 ed il 2001 e registrati con un walkman in mezzo alla folla, o quasi.
Poi il singolo County Fair, una sessione radiofonica olandese ed altro materiale d’archivio, in mezzo cover di Grateful Dead e Spin Doctors.
Kimya Dawson ed Adam Green, che nel frattempo hanno pure messo assieme i rispettivi album solisti, dimostrano una volta ancora di essere oggi i più accreditati rappresentanti della bassa fedeltà come stile di vita, capaci di inventarsi veri e propri anti inni generazionali come Lucky # 9 e Who’s Got the Crack, unici nell’affermare in tempi non sospetti che NYC is Like a Graveyard.
Dai papà Beat Happening hanno imparato a suonare, dai nonni Shaggs e Frogs hanno ereditato ingenuo spirito dissacratorio ed una massiccia dose di ironia che li autorizza a mettere sul mercato un disco del genere, strettamente riservato ai fans.
Che probabilmente si contano sulle dita di due mani.




Ieri sera mi sono finalmente deciso a guardare il dvd di Juno che da qualche settimana giaceva a fianco della televisione.
I film in lingua originale mi spaventano sempre un pò.
Poi c'è questa cosa dei film per giovani alternativi americani che a me urta i nervi.
Quei film con sulla locandina la referenza del Sundance e che sembrano fatti apposta per piacere ad un certo tipo di pubblico.
Con tutte le citazioni giuste al momento giusto.
Invece alla fine il film mi è piaciuto.
Ma tanto come scritto sopra io di cinema non ci capisco una sega.
Non ho dunque alcuna pretesa di parlare di cinema.
Anche se ritengo che Onora il Padre e la Madre sia un grande film.
Il miglior che mi sia capitato di vedre da un bel pò di tempo a questa parte.
Non c'entra nulla, ma dato che oramai riesco ad entrare in un cinema non più di una volta a stagione, il fatto di avere imbroccato il film giusto a questo giro mi riempie di gioia e questa cosa me la volevo ricordare.
Comunque tornando a Juno, c'è questa scena alla fine che da sola vale la visione.
Quando lei, Juno MacGuff, prende la sua bicicletta e con la chitarra a tracolla arriva davanti a casa di lui, Paulie Bleeker, il vero inconsapevole protagonista del film.
Anche lui imbraccia una chitarra acustica, i due si siedono uno accanto all'altro e attaccano a cantare una canzone dei Moldy Peaches.

...You're a part time lover and a full time friend
The monkey on your back is the latest trend
I don't see what anyone can see in anyone else
but youI'll kiss you on the brain in the shadow of the train
I'll kiss you all starry eyed my body swingin' from side to side
I don't see what anyone can see in anyone else...


Che dopo tutto quello che è successo prima e nel contesto di quel preciso momento è assolutamente perfetta.
Roba che il film avrebbe senso anche solo per quella scena.
E per quella canzone.


4 commenti:

Lunarpunk ha detto...

my name is jorge regula

Lunarpunk ha detto...

il film non l'ho ancora visto ma la colonna sonora bella.
bella anche la cover di gira e la page che rifanno i moldy peaches

len ha detto...

l'ho visto ieri sera...
concordo in pieno...
la scena finale è il massimo....
e quella canzone dei moldy peaches, è tanto bella per quanto semplice e senza pretese...
lacrime!

silvia ha detto...

ho visto il film venerdì sera e ieri ho comprato la colonna sonora...stupendi entrambi..e quante lacrime!!!