venerdì 5 ottobre 2007

Just Can't Get Enough

Oggi riapre il Covo.
Sarà il ventisettesimo anno.
Scorrere la lista dei concerti impressa sul retro della maglietta che un paio di anni fà celebrò in edizione limitata il quarto di secolo del locale fa un bell'effetto.
Di quei concerti ne ho visti parecchi, e ne ho viste di cose succedere tra quelle mura.
Parafrasando P.K.Dick, ho visto cose che voi giovani non potreste immaginare.
All’inizio del duemilaetre pareva che il locale stesse per chiudere definitivamente.
In effetti la stagione quell’anno si arrestò in anticipo, a marzo.
Poi ad ottobre di quello stesso anno il portone di viale Zagabria 2 fu regolarmente riaperto.
In quel periodo un giornale locale mi chiese di scrivere un pezzo sulla chiusura del club.
Mi piace riportarlo oggi fedelmente qui sotto.
Per fare gli auguri al Covo, una delle poche certezze immutabili nella mia esistenza.
Finora, almeno.

Ogni ragazzino ha un angolo preferito nella propria casa.
Di solito è la stanza da letto, la leggendaria e consolatoria “cameretta” spesso utilizzata come metafora dell’adolescenza, piccola caverna dove rifugiarsi in ogni momento difficile: appiccicate alle pareti le solite immagini di football e cinema.
Provate ad immaginarvi al rientro da scuola in un giorno qualsiasi di fronte alla porta di quella stanza insolitamente chiusa, la maniglia che gira a vuoto e la porta che rimane immobile sui propri cardini.
Ecco, figurativamente la chiusura (temporanea?) del Covo ha per me un significato molto simile.
Raccontare la storia del grande casale posto all’angolo tra via San Donato e via Zagabria equivale a redigere un capitolo bello lungo di una improbabile autobiografia costringendomi a frugare tra i ricordi mentre un altro pezzo di intonaco si stacca dalla parete lasciando sul pavimento mucchi di polvere che misurano inesorabilmente lo scorrere del tempo.
Il compito è improbo e sinceramente degno di una ricerca che al momento preferisco rimandare ad altri tempi, limitandomi in questa sede a sfogliare qualche fotografia.
Il primo ricordo netto è la sensazione di sorpresa che mi ha colto il primo giorno in cui ho messo piede al "Casalone", quello che in seguito venne ribattezzato "Sottotetto".

Intanto quel posto che tutti descrivevano come il più alternativo della città non era un vero e proprio club ma una casa, con tanto di giardino e di scale per salire.
Poi i concerti e le serate si svolgevano in soffitta, una porticina dall’esterno ti infilava nel locale praticamente sul palco e poi giù in lungo si apriva il resto, la platea: soffitto basso, niente finestre.
Non avevo mai visto nulla di neppure vagamente simile ed immediatamente pensai che in un posto del genere non avrei mai più messo piede, troppo claustrofobico ed insicuro per un minorenne in cerca di certezze.
Quel ragazzino qualche certezza evidentemente l’ha poi trovata tra quelle mura visto che negli oltre venti anni che sono seguiti ha trascorso un numero di ore incalcolabile in quelle stanze, praticamente un surrogato della tranquilla cameretta, non fosse che per il poster degli Stooges idealmente piazzato al posto di quello del barone Franco Causio.
Una sorpresa è stata pure qualche anno più tardi il trasloco al piano di sotto, nelle sale che presero subito il nome de "Il Covo".

La consolle dei dj era un tavolaccio sopra il quale le puntine dei technics zompavano ad ogni urto, a fianco una porta per entrare in una angusta sala prove con i musicisti che ogni venerdì smoccolavano trascinando i propri strumenti in mezzo alla calca dei ballerini.
Poi in fondo uno stanzone rettangolare con le pareti dipinte di nero dove organizzare concerti, un posto che allora mi parve davvero improponibile.
Dopo gli anni del garage rock al Casalone era il tempo per le stagioni del brit pop.
Concerti a decine, gruppi indie, punk, rock, nomi noti, future stelle, illustri sconosciuti.
Troppi per avere spazio e tempo di stilare elenchi.
Certo il posto non è mai stato l’ideale.

Acustica dubbia, spazi per ballare poco adatti al movimento.
Quello che però ha sempre contato in questo posto, quello che lo ha sempre distinto da tutti gli altri, quello che ha sempre fatto la differenza è stato lo spirito delle persone che hanno organizzato gli eventi che in tanti anni lì hanno trovato spazio.
Tra i locali che dai primi anni ottanta ad oggi hanno dedicato la propria programmazione a musiche non commerciali, Il Covo è stato quello che più di ogni altro ha trovato un logico inserimento nel contesto cittadino, un centro di quartiere gestito dai ragazzi del quartiere per gli amici del quartiere, questi sono stati i presupposti iniziali, fondamentalmente mantenuti anche in seguito.
Conseguenza logica di ciò una gestione salutariamente dopolavoristica libera da vincoli di mercato nei limiti tali da consentire un sostanziale autofinanziamento.
Il Covo altrove sarà comunque qualche cosa di diverso, è anche per questo che l’arrivederci con cui lo saluteremo a metà febbraio, in attesa di ritrovarlo dopo l’estate in un altro luogo, sarà anche, inevitabilmente, un pò un addio.


Sono passati quattro anni e mezzo dalla stesura di questo articolo, e da allora molte cose sono cambiate, ma siamo ancora qui.
Noi e il Covo.
In alto i calici, è tempo di brindare.
Lunga vita.
Al Covo e a noi.

2 commenti:

diego ha detto...

Anch'io ho passato un po' di belle serate (e anche qualche capodanno!) tra quelle mura. Negli anni da studente fuori sede è stato un bel punto di riferimento. Vorrei menzionare uno dei concerti visti lì che più m'ha lasciato definitivamente il segno: Bonnie Prince Billy. Ma che anno era? che vita era?

Vedo ora che domani c'è Euros Child... ho amato tanto i Gorky's Zygotic Mynci dei primi album, prima che andassero in vacca!

Zonda ha detto...

Bella doppietta / Belle serate
Contento di esserci stato